Oneiron

Oneiron, una parola nuova, quasi una formula magica che tiene legate Nina, Ulrike, Polina, Shlomith, Rosa Imaculada, Wlbgis e Maimuna, le sette protagoniste di questo romanzo.

oneiron

Le donne s’incontrano inspiegabilmente in uno spazio bianco, vuoto, forse un limbo. Non ricordano che cosa gli sia successo né sanno dove si trovano o perché. Decidono di intraprendere a turno un percorso a ritroso tra i brandelli dei loro ricordi. Ognuna di esse, grazie al sostegno delle altre, troverà il modo di ricostruire la propria identità e pronunciare una parola capace di donare loro per sempre la libertà.

Un romanzo corale e polifonico, carico di densità filosofica. Un racconto affascinante che parla di corpi adulati, violentati, ridisegnati, usati come mezzo artistico, fonte di vita e causa di morte, in uno dei maggiori casi editoriali dell’anno.

Incipit

Immagina: sei quasi cieca. Meno undici diottrie. Immagina: una sala di misurazione semibuia in un ottico. Siedi su una comoda poltrona in pelle e hai paura che perderai la vista completamente. Hai appoggiato i tuoi vecchi occhiali con attenzione, sul tavolino. Montatura in plastica, color blu elettrico, di dieci anni fa e scheggiati. Una stanghetta l’hai riattaccata con lo scotch e poi l’hai colorato di blu con l’Uniposca. Anno dopo anno hai preferito vederci male anziché scoprire com’è la tua vista. Hai rifiutato anche solo l’idea di andare dall’oculista, proprio come fa chi rinvia l’appuntamento dal dentista. Conosci anche persone così. A loro gli puzza l’alito e lo sanno benissimo, ecco perché parlano sempre un po’ mormorando, guardando a terra. E quando qualcuno gli si avvicina troppo, fanno un passo indietro. Tu, invece, hai rimandato il controllo della vista. Anno dopo anno ti sei comportata in modo sempre più strano. Distrazione, è questa la tua scusa. Subito, non appena qualcosa che ha sembianze umane appare all’orizzonte, abbassi lo sguardo a terra, per precauzione. Gli amici stanno al gioco e ti dicono: «Hai di nuovo la testa tra le nuvole? Uh-uh! C’è nessuno in casa?». Agitano una mano proprio davanti alla tua faccia, manco stessero pulendo la neve dal parabrezza. Allora ridi e ogni volta t’inventi qualcosa di diverso da dire. Menti, è ovvio. Almeno un pochino. Condisci la tua storiella con dettagli inventati più di quanto non sia necessario. Non vuoi ricordare che la realtà non è nebbia, generica oscurità e brancolio ma atroce lucentezza.


«Storia, anzi storie, al femminile tra fragilità e forza, tra identità del singolo e bisogno di farsi comunità.»

Valeria Arnaldi, Leggo.

«In Oneiron c’è la rivendicazione del diritto a un corpo, a un pensiero e a un futuro propri.»
Internazionale

 

«Le protagoniste di Oneiron sono ognuna la voce di una ferita che il mondo ha inflitto al genere femminile. Ascoltatele tutte, perché sono diverse e una sola. E vi riguardano
Chiara Gamberale, Io donna.

«Sette spose per sette sorelle, tradite da favole mutate in tragedie, sono spettri, salme che risalgono come salmoni le rapide della vita fino allo zenit della dissoluzione, del grande passo definitivo.(…) E come nel Pollittico dei Sette Dolori di A. Dürer assistiamo ai sette dolori di Maria, la quale, al centro mostra uno sguardo perduto nella sua stessa memoria, qui siamo partecipi delle pene di sette amiche sconosciute tenute insieme da una misericordia laica distillata in purezza nell’alambicco di Laura Lindstedt.»
Daniele Abbiati, Il Giornale.

«“Oneiron” è una soglia, spazio neutro tra la veglia e il sogno, tra la vita e la morte. O forse è già la morte, ma priva di consapevolezza. “Oneiron” è anche un performativo: crea, apre, trasforma non appena le protagoniste imparano a pronunciare le sue tre sillabe. […] Donne che si trovano in un Decameron rovesciato, dove giorno e sera non esistono e la morte nera è già passata, eppure si riscoprono a raccontare e a raccontarsi la propria vita per ritrovare quei frammenti di sé che, in qualche modo, sono la sola traccia che anche loro sono state “presenza”. Eppure in questo spazio tutto è presente, tranne il presente.»
Marco Dotti, Alfabeta2

 «Laura Lindstedt costruisce un romanzo che interroga il lettore sullo spazio dei corpi e delle coscienze individuali rispetto alle convenzioni sociali e alle appartenenze e alle identità collettive.»
Guido Caldiron, Il Manifesto.

 

Laura Lindstedt
È nata a Kajaani, in Finlandia nel 1976. Ha esordito con il romanzo Scissors (2007), che le è valso la nomination al Finlandia Prize, il più importante riconoscimento del paese, vinto quest’anno proprio con Oneiron.

Intervista all’autrice su mangialibri.com

Nota del traduttore (tratta dal volume Oneiron, Elliot Edizioni, 2016)

«Se la letteratura fosse un fenomeno scientifico (cosa che forse è), staremmo giusto festeggiando la scoperta di un nuovo tipo di frase. Detto in termini più semplici, Laura Lindstedt scrive frasi e letteratura completamente nuove. Probabilmente su scala mondiale». Così si esprimeva Marko Kulmala, scrittore, produttore, personaggio pubblico eclettico, ideatore e presidente del Finlandia Sentence Prize, in merito alla frase: «Immagina: sei quasi cieca (Kuvittele, olet puoli sokea)». (continua a leggere)

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Presentazione del libro Oneiron di Laura Lindstedt alla Fiera di Roma Più libri più liberi

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Ufficio Stampa Elliot Edizioni

via Isonzo 34 – 00198 Roma – Tel. 06 8844749
www.elliotedizioni.com

Le edizioni Elliot pubblicano Oneiron, il pluripremiato romanzo di Laura Lindstedt

 Piccole girelle alla cannella con ripieno di storie (altrimenti dette storielle korvapuusti)
Shlomith raccontò: «Come sapete, sono un’artista. Faccio performance, per il mio lavoro mi spingo sui confini, quelli scomodi, persino pericolosi. Tuttavia non faccio mai del male agli altri, se non al massimo a me stessa. Il mondo è pieno di violenza, ma non diminuirebbe, neanche se facessi saltare in aria i centri commerciali pieni di spazzatura prodotta in condizioni immorali. Scuoto gli animi ma non offendo l’inviolabilità di nessuno. Se qualcuno rimane offeso, è una questione d’interpretazione, dipende dal fatto che, per dirla in senso metaforico, ho colpito un nervo scoperto. È tutto chiaro fino a qui?

Il mio ultimo ricordo è associato alla performance che ho tenuto nella mia città natale, a New York, nell’auditorio Scheuer del Jewish Museum sulle connessioni tra anoressia ed ebraismo. Adopero la mia religione e la mia cultura come materiale per le mie esibizioni. Ho appena terminato, sto in piedi in mutande davanti all’asta del microfono e aspetto una reazione. Mi sono limitata a parlare del soggetto in esame, ho sciorinato solo fatti puri e semplici, ho dichiarato di assumermi la totale responsabilità di me stessa e delle mie opere ma, nonostante ciò, so di aver risvegliato in alcuni una rabbia primitiva. Mi sono preparata alla frutta marcia, alle uova, alle bottigliette d’acqua e alle pietruzze. I controlli per la sicurezza sono stati più severi del solito, perciò niente di veramente pericoloso può volare dal pubblico. Sono passati tutti attraverso un metal-detector, le borse sono state controllate e gli zaini grandi non sono stati ammessi in sala. Per sicurezza la mia assistente, l’insostituibile Katie McKeen, è pronta a bordo palco, nascosta dietro il sipario rosso. Siamo già d’accordo, se sul palco comincia a piovere qualcosa, lei verrà a prendermi. Aprirà un grosso ombrellone nero e riparandoci con quello cammineremo insieme fino alla stanza sul retro, dove nessun esterno ha accesso.

Due guardie armate piantonano la porta. Nel cortile sul retro del museo mi aspetta un’ambulanza. Noto che la premeditazione, se non addirittura la spudoratezza, che innegabilmente si collegano a questa performance sconcertano alcune di voi. Ma, non parliamo di questo adesso. Mi sono semplicemente imbarcata in un viaggio di studio alla scoperta della mia cultura che dopo una serie di curve è, a veder bene, la cultura collettiva di noi stronzi privilegiati. Ho sfruttato il mio corpo nella sua totalità, come sempre quando faccio la mia arte. L’ho messo al servizio del mio studio, l’ho reso uno strumento di cui mi prendevo cura con grande amore. Vitamine, oligoelementi, acidi grassi, tutto precisamente calcolato e conteggiato. Ad assistermi c’era una terapista alimentare. Il mio scopo principale non era uccidermi di fame, ma ovviamente ho abbassato in modo considerevole il mio apporto energetico in rapporto al consumo. Aspiravo a un indice di massa dodici e ci sono arrivata, persino un po’ sotto. Conoscevo i rischi, non sono mica stupida.

Il mio movente? Quando faccio qualcosa, la faccio al massimo. Non posso fare altrimenti. Sono stata malata per anni, sempre se, a questo mondo, il rifiuto volontario del cibo si può chiamare malattia. Alla fine ho voluto conoscere la mia patologia fin dentro nell'anima – non solo per ragioni di egoismo o di storia personale, ma anche per motivi di ricerca culturale. Perché, in ultima analisi, questa è la malattia comune di tutti noi. In questa malattia e nelle sue varianti c’è un’anima ed è l’anima ebraica, l’orizzonte dell’anima semita. Questa è la mia tesi e questa è l’anima che credo di esser riuscita a mettere a nudo.

È per tale merito che ho ricevuto un’immensa ovazione. Non frutta marcia né uova puzzolenti. Quelle le avrebbero potute lanciare dei neonazisti infiltrati tra il pubblico, degli ebrei ultraortodossi haredì o dei cristiani estremisti, perché tutti loro hanno un unico nemico comune: me. Polina, è inutile che mi guardi in questo modo. Di questa cosa non vado mica fiera, è semplicemente un fatto! Nel corso della mia carriera mi sono arrivate minacce di morte, un paio di persecutori disturbati mi hanno assalito e una volta hanno provato a investirmi con la macchina. Ma non ho mai arretrato di un passo: il richiamo dell’arte è stato più forte della paura. Ho il chiodo fisso dell’integrità e non mi arrendo, neanche se la mia integrità arriva a disturbare e far uscir di senno qualcuno fragile di nervi.