Oneiron

Oneiron, una parola nuova, quasi una formula magica che tiene legate Nina, Ulrike, Polina, Shlomith, Rosa Imaculada, Wlbgis e Maimuna, le sette protagoniste di questo romanzo.

Le donne s’incontrano inspiegabilmente in uno spazio bianco, vuoto, forse un limbo. Non ricordano che cosa gli sia successo né sanno dove si trovano o perché. Decidono di intraprendere a turno un percorso a ritroso tra i brandelli dei loro ricordi. Ognuna di esse, grazie al sostegno delle altre, troverà il modo di ricostruire la propria identità e pronunciare una parola capace di donare loro per sempre la libertà.

Un romanzo corale e polifonico, carico di densità filosofica. Un racconto affascinante che parla di corpi adulati, violentati, ridisegnati, usati come mezzo artistico, fonte di vita e causa di morte, in uno dei maggiori casi editoriali dell’anno.

Nata a Kajaani nel 1976, esordisce nel panorama letterario nel 2007 con il romanzo Sakset (Scissors), in cui affronta il tema della maternità adottiva. Nel 2015 con Oneiron vince il Premio Finlandia, il riconoscimento letterario più importante del paese, conclamandosi come una delle voci più originali della letteratura finlandese contemporanea. Vive e lavora a Helsinki, dove insieme alla sua attività di scrittrice, conduce uno studio dottorale su Nathalie Sarraute.

Ho lavorato per otto anni a questo progetto e all’inizio non sapevo come intitolarlo. Poi all’improvviso, dal nulla, mi è apparsa in testa la parola Oneiron. Non riuscivo a scacciare questa parola dalla mia testa, sono andata a cercarla in rete e ho scoperto che è una parola greca che significa “sonno” e che quindi era perfetta per la mia storia, perché il sonno naturalmente è l’eufemismo più utilizzato per riferirsi alla morte. È per certi versi una parola misteriosa ed è entrata nella mia vita in modo misterioso, quindi ho deciso di lasciarla così. Deve rimanere un titolo misterioso, non mi piace spiegarlo più di tanto. Quando le donne protagoniste del mio romanzo arrivano a saper pronunciare questa parola sono arrivate al momento di “passare dall’altra parte” definitivamente, entrando nell’Aldilà. È una specie di “Apriti sesamo!” più arcano, insomma.

Laura Lindstedt nell’intervista su mangialibri.com

La Finlandia sta del tutto consapevolmente costruendo una società classista. Mio nonno era figlio di un mezzadro. La mia bisnonna era un’infermiera itinerante. Mia nonna era centralinista. Mia madre era insegnante. Nella nostra famiglia, si credeva e si crede ancora nell’istruzione.

Laura Lindstedt, dal discorso di premiazione al Premio Finlandia 2015, vita.it

Rassegna stampa

«Sette spose per sette sorelle, tradite da favole mutate in tragedie, sono spettri, salme che risalgono come salmoni le rapide della vita fino allo zenit della dissoluzione, del grande passo definitivo.(…) E come nel Pollittico dei Sette Dolori di A. Dürer assistiamo ai sette dolori di Maria, la quale, al centro mostra uno sguardo perduto nella sua stessa memoria, qui siamo partecipi delle pene di sette amiche sconosciute tenute insieme da una misericordia laica distillata in purezza nell’alambicco di Laura Lindstedt

Daniele Abbiati, Il Giornale.

«Storia, anzi storie, al femminile tra fragilità e forza, tra identità del singolo e bisogno di farsi comunità.»

Valeria Arnaldi, Leggo.

«Le protagoniste di Oneiron sono ognuna la voce di una ferita che il mondo ha inflitto al genere femminile. Ascoltatele tutte, perché sono diverse e una sola. E vi riguardano.»

Chiara Gamberale, Io donna.

«In Oneiron c’è la rivendicazione del diritto a un corpo, a un pensiero e a un futuro propri.»

Internazionale

«“Oneiron” è una soglia, spazio neutro tra la veglia e il sogno, tra la vita e la morte. O forse è già la morte, ma priva di consapevolezza. “Oneiron” è anche un performativo: crea, apre, trasforma non appena le protagoniste imparano a pronunciare le sue tre sillabe. […] Donne che si trovano in un Decameron rovesciato, dove giorno e sera non esistono e la morte nera è già passata, eppure si riscoprono a raccontare e a raccontarsi la propria vita per ritrovare quei frammenti di sé che, in qualche modo, sono la sola traccia che anche loro sono state “presenza”. Eppure in questo spazio tutto è presente, tranne il presente.»

Marco Dotti, Alfabeta2

«Laura Lindstedt costruisce un romanzo che interroga il lettore sullo spazio dei corpi e delle coscienze individuali rispetto alle convenzioni sociali e alle appartenenze e alle identità collettive.»

Guido Caldiron, Il Manifesto

«Un romanzo polifonico e intrigante, tra i casi letterari dell’anno.»

Il Piccolo

«Un libro visionario, un caso editoriale.»

MarieClaire
Intervista in inglese a Laura Lindstedt

«In questo momento, in un luogo imprecisato, qualcosa cominciò a tamburellare pesantemente, come fosse un grande cuore. Successe quindi che all’improvviso, dopo essersi raccolte a cerchio, le donne sentirono i loro stessi corpi cominciare a palpitare, avvertirono un ritmo interiore; un battito pulsava nei loro palmi, nelle loro dita prive di sensibilità che tenevano strette nei palmi e nelle dita delle altre.
Ora avevano un ritmo, un battito subcosciente che le lanciava in orbita. Così chiusero gli occhi e dissero, ciascuna a modo suo, usando la voce o muovendo solo le labbra: Oooon… ei-ron.
Niente gli impediva più di pronunciare la loro parola fino alla fine: Oooon… ei-ron.
Nessuna si accucciò a metà della parola. Nessuna ebbe paura. Nessuna volle all’improvviso qualcos’altro. Oooon… ei-ron.
Le mani si staccarono nell’attimo dell’ultima sillaba: ron.
Le dita si raddrizzarono, si aprirono bruscamente fino all’ulti- ma falange: ron.
Non c’era più ritorno.»