Thriller Nord: l’angolo del traduttore

A tu per tu

Intervista a cura di Elisa Puntelli e Maria Sole Bramanti pubblicata su ThrillerNord (versione integrale)

1) Come si diventa traduttore? O meglio, come lo è diventata lei? 

Per me è stato un percorso lento e graduale. In verità tutto è nato dalla mia passione per la letteratura finlandese. Durante i miei studi all’università di Helsinki oltre a specializzarmi in Filologia italiana e in italianistica, due delle mie principali materie di studio erano proprio lingua e letteratura finlandese. La lettura in lingua dei classici e delle opere finlandesi moderne e contemporanee mi ha portato ad appassionarmi ad alcuni autori, a certi temi ricorrenti, a delle atmosfere e a un particolare –spesso ricorrente – modo di raccontare. La mia scelta di diventare una traduttrice, e di conseguenza il mio percorso, è quindi strettamente legata alla volontà di tradurre autori di letteratura finlandese e di specializzarmi in quest’ ambito. Negli anni di studio ho acquisito gli strumenti teorici e poi, con la pratica, è arrivata anche l’esperienza sul campo. Ma la formazione continua, ogni giorno.

2) Nel romanzo “Oneiron” di Laura Lindstedt c’è una sua interessante nota di traduzione. È stata una scelta legata alla particolarità del romanzo, una scelta editoriale o una necessità che ha sentito lei stessa? 

È stata tutte queste cose messe insieme. Oneiron è un romanzo che richiede un’introduzione alla lettura e questa nota è stata scritta in accordo con l’editore, anzi, dietro sua proposta. I libri di Elliot Edizioni sono spesso corredati con delle note e in questo caso specifico si è resa del tutto necessaria perché, come diceva lei e come la stessa critica ha rilevato, il romanzo ha una sua particolarità evidente non solo nei temi ma proprio nell’espressione linguistica e stilistica. La differenza rispetto agli altri volumi di casa Elliot è che in Oneiron la nota si trova all’inizio e non alla fine, e questo perché si propone come strumento di invito e di orientamento per la lettrice o lettore. Sono stata ben contenta di scriverla, è occasione rara per chi traduce poter raccontare il proprio lavoro e credo essa riveli una grande attenzione da parte di un editore nei confronti del ruolo del traduttore.

3) Ha tradotto saggi, romanzi, fumetti e collabora anche con il settimanale “Internazionale” Come cambia il lavoro del traduttore a seconda del genere? C’è un genere in cui si ritrova di più? 

Cambia moltissimo e ogni volta sono chiamata a mettere in campo strategie diverse, a pormi in modo diverso. Ma non è solo il genere a dettare delle regole, lo sono anche l’autore, i temi, lo stile, ecc. Tuttavia, questo è il bello di questo lavoro: sfidare se stessi e reinventarsi ogni volta nel proprio ruolo. Non c’è un genere in cui mi ritrovo di più, mi piace confrontarmi con le diverse problematiche che ogni tipo di testo pone. Quel che è certo è che amo tradurre le parole in cui la voce autoriale è presente, al di là che si tratti di saggistica, narrativa o fumetto. Perché è in quei casi che il mio lavoro si fa davvero interessante.

4) Lei traduce sia dall’inglese che dal finlandese. Di certo, due lingue molto diverse. Se non altro per la differente familiarità che hanno per noi italiani. Affronta il lavoro in queste due lingue in modi molto diversi? 

La lingua di lavoro ha un suo peso è ciò è facilmente intuibile anche a un non addetto ai lavori, eppure ritengo che la traduzione sia un’attività “artigiana” con delle regole proprie e delle prassi che possono anche trascendere dalla lingua o dalle lingue. Esistono come dire elementi universali che riguardano in primis la traduzione in sé. Oggigiorno infatti sono sempre più diffusi i laboratori di lavoro per traduttori in cui s’incontrano professionisti che lavorano da lingue diverse, ne sono un esempio i TableT organizzati da Aiti e Strade in collaborazione con il Laboratorio Formentini per l’editoria. In queste riunioni i traduttori si confrontano su problemi specifici riguardanti dei testi a cui stanno lavorando, alla ricerca di soluzioni, e dietro introduzione al problema sono in grado di aiutarsi anche quando non conoscono la lingua da cui l’altro sta traducendo.

5) Tra tutti gli autori che ha tradotto (Laura Lindstedt,  Riikka Pulkkinen, Minna Lindgren, Sari Luhtanen, Roope Lipasti, Karo Hämäläinen, Sari Luhtanen, Liisa Liimatainen), ce n’è uno che trova più ostico da tradurre? E invece, quello che le viene più naturale tradurre? Perché? 

Ogni libro è diverso e ogni autore ha un proprio modo di raccontare, un proprio “colore” con tante sfumature al suo interno: quest’arcobaleno di colori non credo possano essere messi su una scala di difficoltà. Più che di naturalezza nel tradurre, direi che quando sono alla tastiera del mio pc mi piace trovare quelle soluzioni che amo chiamare “l’ottava nota”, ossia quelle in cui molti elementi come contenuto, musicalità, ritmo, effetto, tono narrativo, finiscono per trovare quell’armonia che ho visto – e sentito – leggendo il testo nella sua forma originale. Nel dialogo con il testo da tradurre il mio rapporto con i personaggi invece è, come dire, più complicato. Sarà forse che sono una persona per indole dotata di grande fantasia e immaginazione, ma ho la tendenza a personificare i personaggi. Questo però succede solo con quelli che mi piacciono sul serio. Alcuni, infatti, diventano miei compagni di viaggio nel corso del lavoro se non addirittura amici immaginari e quando non mi piacciono, allora devo impormi per far sì che un mio giudizio personale non traspaia nella traduzione.

6) Ci sono aspetti del finlandese più difficili di altri da tradurre in italiano? O dei modi di dire intraducibili? Dei luoghi comuni o abitudini che per un lettore nordico hanno un senso ma nella traduzione devono essere completamente rivisti? 

L’italiano e il finlandese sono due lingue ben diverse tra loro. La nostra lingua usa molti elementi che in finlandese nemmeno esistono come articoli e preposizioni, genere, futuro e congiuntivo, ecc. Sull’intraducibilità però non mi trovo d’accordo. Un elemento linguistico o un passaggio testuale possono essere ardui da tradurre e spesso la traduzione dei modi dire, dei giochi di parole o dei doppi sensi può implicare un grado di complessità maggiore, penso per esempio al fumetto Fingerpori che è zeppo di espressioni ironiche il cui senso si perderebbe del tutto se tradotte letteralmente in italiano. Tuttavia, chi traduce ha molti strumenti a propria disposizione grazie a cui arrivare a una soluzione da valutare caso per caso. L’importante per me è che vi sia una consapevolezza in ciò che si sta facendo. La lingua è per natura fluida e spetta al traduttore catturare quel movimento.

8) C’è qualche thriller finlandese non ancora tradotto in Italia che lei ha letto e che riterrebbe adatto ai lettori italiani? 

In Finlandia ci sono diversi autori di thriller che primeggiano nelle classifiche di vendita in patria e che però, in Italia, non hanno ancora trovato un approdo. Il thriller finlandese è un po’ differente da quelli svedesi, norvegesi, olandesi o islandesi, forse proprio perché nordico ma non scandinavo. I punti di contatto sono diversi, tra i tanti per esempio la centralità dell’ambiente naturale o la denuncia sociale che si muove sottotraccia, eppure il giallo finlandese ha delle differenze che lo rendono diverso, così come studiosi come Paula Arvas e Andrew Nestingen hanno notato. Una sua tipicità è per esempio il tema del rapporto con la Russia, vista come il grande nemico. Ritengo che la difficoltà editoriale in questo caso sia proprio identificare dei gialli finlandesi che possano recepire il favore del pubblico amante dei thriller propriamente scandinavi.